Dedicato ai nostri operatori sanitari

 

Questo articolo è dedicato a tutti gli operatori sanitari CSSA che da sempre compiono il loro lavoro con competenza e passione e che in questo lungo periodo di emergenza sanitaria hanno speso senza risparmio tutte le loro energie. Abbiamo scelto di dare la parola direttamente a loro e abbiamo intervistato tre autisti soccorritori che chiameremo solo per nome di battesimo a dimostrazione del fatto che la loro voce non è la voce di tre singoli individui ma è la voce di una comunità di professionisti che stimiamo e ringraziamo. Sono tre interviste diverse, che ci condurranno in un mondo sommerso, a volte ignorato e sottovalutato dalle Istituzioni e dall’Opinione pubblica: quello degli operatori sanitari delle cooperative sociali. Grazie a Beniamino, a Paolo e a Maurizio.
GRAZIE A TUTTI I NOSTRI OPERATORI SANITARI!

Beniamino, autista soccorritore CSSA (presso Ulss 6)

Ciao Beniamino, tu hai trasportato uno dei primi pazienti risultato positivo al Covid-19 in Veneto. Ricordi quel giorno di fine febbraio?

Ricordo benissimo quel giorno, come se fosse ieri. Era il pomeriggio di martedì 19 febbraio, un giorno molto tranquillo direi, la classica quiete prima della tempesta… Ero operativo presso la postazione 118 di Este, quando ci fu richiesto un servizio di trasporto per una persona di Vò Euganeo che lamentava febbre da parecchi giorni. Dopo aver preso parametri e anamnesi, accompagnammo l’uomo in ambulanza all’Ospedale di Schiavonia. Ricordo che durante tutto il tragitto tenni i finestrini abbassati, perché erano giornate calde. Io e i miei colleghi eravamo tranquilli, nessuno all’epoca avrebbe immaginato che ci saremmo imbattuti in una situazione così tanto drammatica. In Italia erano stati accertati solo un paio di casi nel milanese e nessuno conosceva veramente bene questa sindrome, che vedevamo come qualcosa di distante migliaia di chilometri.

Quando sei venuto a sapere che quel paziente trasportato era risultato positivo al Covid-19, come hai reagito?

Quando fui informato di questo, ammetto di aver vissuto momenti di panico, in quanto avevo paura di essere stato contagiato: non avevo la più pallida idea di come si sarebbe potuta evolvere la situazione, anche rispetto ai miei famigliari. Ho dovuto trascorrere due settimane di isolamento domiciliare. Non è stato facile. Fortunatamente, non avendo riscontrato nessun sintomo, ho impiegato il tempo nello studio, per proseguire con gli esami di ingegneria.

Cosa ne pensi della tua squadra di colleghi?

Ai miei colleghi va tutta la mia stima, in quanto hanno dovuto affrontare nei giorni e nelle settimane a venire situazioni non facili, sia da un punto di vista logistico, sia emotivamente, con la paura di poter contrarre il virus, sapendo poi di tornare a casa dalle loro famiglie. Ora abbiamo un po’ imparato a convivere con questa situazione e abbiamo imparato cose nuove e procedure più sicure, e quindi affrontiamo le giornate più sereni.

Che messaggio vorresti mandare a chi ti legge?

Solo ora la gente si rende conto di quanto sia importante e utile la figura dei sanitari, dei ruoli che svolgiamo e dei rischi che corriamo per portare assistenza. L’unico messaggio che vorrei lasciare è quello che, una volta finita questa situazione, la gente continui a vederci e a rispettarci per il ruolo delicato che svolgiamo, senza dimenticare quello che è stato fatto fino ad oggi.

 

Maurizio, autista soccorritore CSSA (presso Ulss 3)

Ciao Maurizio, raccontaci di te, della tua squadra e di questi mesi difficili.

Tutto è arrivato nelle nostre vite come un uragano che veniva da lontano, tanto distante che non si pensava neanche potesse avvicinarsi a noi. Ma il vento ha preso un’altra direzione ed è arrivato con tutta la sua forza seminando paura e facendoci capire che purtroppo non eravamo preparati a tanta intensità. Chi, per scelta, decide di essere un operatore sanitario non si ferma difronte a nulla e così io, come tanti miei colleghi, abbiamo sacrificato e messo a repentaglio la nostra vita per aiutare, con turni interminabili, cercando di sfruttare al meglio le risorse che avevamo, purtroppo poche devo dirlo. Ma d’altra parte l’Italia non era pronta a tale emergenza.  Ad oggi sembra che questo uragano si sia placato o, forse, si sta solo riposando in attesa di tornare più forte di prima e non posso fare altro che domandarmi se saremo in grado di far fronte ancora alla sua potenza.

Gli altri riconoscono il valore del vostro lavoro?

Belli i messaggi di ringraziamento sui Social, ti fanno sentire importante e che il tuo lavoro è stato apprezzato. L’unico mio rammarico è non avere sentito un “GRAZIE” da chi conta veramente, quella considerazione professionale che penso sia necessaria per andare avanti. Mi sento un piccolo socio di 61 anni di una cooperativa che alla luce dei fatti pare sia servita nella necessità e basta. Ritengo che io, come tutti i miei colleghi C.S.S.A., siamo persone valide, professionisti che amiamo il nostro lavoro, ma soprattutto ritengo che i nostri committenti dovrebbero darci maggiore valore e riconoscimento, a noi e alla Cooperativa stessa, che da anni lavora con serietà in questi servizi. Con questo, ad esempio, faccio riferimento all’accordo regionale di riconoscimento dei dipendenti Ulss, di cui tutti sappiamo, che non ha contemplato gli operatori delle cooperative: forse noi operatori delle cooperative non abbiamo fatto lo stesso lavoro degli operatori dipendenti Ulss? Non abbiamo messo lo stesso impegno? Non abbiamo corso gli stessi rischi?

Quali considerazioni finali ti vengono in mente?

Spero che queste mie parole racchiudano il vero significato di cosa vuol dire essere una squadra, composta di persone informate, unite consapevolmente in una direzione, per vincere assieme la partita. Ci sarebbero tante, forse troppe cose su cui ragionare, perché stiamo vivendo in un clima di forte incertezza per il futuro di tutti, per affrontare il quale sono necessarie risposte e scelte chiare. Purtroppo al giorno d’oggi non si vive di illusioni, perché la vita è ben altra! Grazie della possibilità datami di esprimere stati d’animo e pensieri.

 

Paolo, autista soccorritore CSSA (presso Ulss 8)

Ciao Paolo, anche tu e i tuoi colleghi avete incontrato la bufera del Coronavirus. Cosa ha comportato per voi lavorare in questo tempo di emergenza?

Ricordo ancora la sera del 21 febbraio 2020, quando i telegiornali diedero la notizia dei primi due casi di contagio da Coronavirus a Vo' Euganeo. Ero in turno con altri colleghi, vi fu un improvviso silenzio tombale. A ripensarci mi vengono ancora i brividi… Il Coronavirus in Veneto? Non poteva essere vero! Da lì a poco i telefoni della centrale iniziarono a squillare ininterrottamente. Cominciava per noi operatori sanitari una drammatica esperienza. Quel giorno tutto è cambiato. Inizialmente ci sentivamo abbandonati a noi stessi, privi di linee guida e protocolli. Si viveva alla giornata. Lavorare con le protezioni è più complicato, sapete, dopo tante ore di turno la stanchezza si sente e ti schiaccia… Resteranno per sempre impressi nella mia mente gli sguardi delle persone che incrociavamo per strada guidando l’ambulanza: tutti si bloccavano, restavano ipnotizzati e impauriti a osservarci. Durante il lockdown ricordo le strade deserte, i negozi chiusi, ogni cosa immobile. Era tutto così irreale… Io e i miei colleghi abbiamo svolto e svolgiamo il nostro lavoro con impegno e umiltà. Paura? Dopo quella inziale personalmente no, l’unico timore è quello che, se contagiato, potrei contagiare la mia famiglia… Questo mi spaventa, perché di Coronavirus si muore, ho visto tanta gente lasciarci e anche molti giovani colpiti. Ci vuole ancora grande attenzione.

Gli altri riconoscono la delicatezza e l’importanza del vostro lavoro?

A sostenere l’animo a fine turno, quando si finisce esausti, resta l’orgoglio di fare il proprio dovere. Vorrei solo che tutto questo finisse. È il mio lavoro, l’ho scelto e conosco i rischi a cui vado incontro. Alla gente devo chiedere una cosa: quando tutto sarà finito, ricordatevi di noi e di quello che stiamo facendo. Chiediamo solamente rispetto. Troppo spesso ci prendiamo insulti perché l’ambulanza non arriva puntuale, perché in pronto soccorso c’è da aspettare, perché gli operatori e gli infermieri in reparto tardano a rispondere al paziente. Ma questo accade perché ci sono emergenze e priorità da gestire, e noi diamo il massimo per fare il nostro meglio. Vorrei rivolgermi alle Istituzioni, alle Regioni: abbiate riconoscenza dell'importanza della professione che noi sanitari svolgiamo tutti i giorni, anche di noi che veniamo dalle cooperative. Sappiamo bene che il nostro futuro, parlo per la realtà dell'emergenza sanitaria extra-ospedaliera, non è per niente roseo. Tagli, tagli e tagli. Investite sulla sanità, questa emergenza dovrebbe essere l'esempio lampante di cosa il nostro Paese ha bisogno. Di personale professionista e professionale. Nelle nostre mani c’è la vita delle persone.

Che messaggio vorresti mandare a chi ti legge?

Voglio dire di avere fiducia e tranquillità. Le strutture ci sono, i pronto soccorsi sono molto più liberi. Il personale è preparato per rendere il miglior servizio possibile ai pazienti. Anche se la situazione sta migliorando, non molliamo, non abbassiamo la guardia e rispettiamoci. Aiutateci ad aiutarvi, ce la faremo!

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